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Giu 27, 2014

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Recensione ‘La riva verde’ di Adriana Assini a cura di Patrizia Palese

Recensione ‘La riva verde’ di Adriana Assini a cura di Patrizia Palese

Il libro LA RIVA VERDE, è un libro strano.

Mi spiego meglio: normalmente quando si inizia a leggere una storia, ci si augura che la trama sia avvincente e non ci distragga troppo dal filo conduttore, come dire “Non ci sono per nessuno; sto leggendo una storia!”. Non è così, non lo è già dopo le prime 10 pagine: si è attratti dalla descrizione del paesaggio, delle persone, degli umori, dai proverbi, si può dire che si sentono persino i profumi delle zuppe o l’odore acre delle urine che, nei tini dei tintori, attendono al loro dovere di mordenti, tanto l’autrice ne descrive l’essenza.

E questo è il primo segnale di diversità, perché solo chi è consapevole di ciò che vorrà dire o farci sapere, si può permettere di darci tanti elementi e tutti insieme e Adriana Assini lo è sicuramente.

Siamo alla fine del XIV secolo, un secolo dove, tanto per capirci qualcosa, viene bruciata viva Giovanna d’Arco, con l’accusa di eresia, dopo aver riconquistato la Francia strappandola agli inglesi, ovvero siamo in quel momento storico dove già di suo un appellativo come “La guerra dei cent’anni”, mette i brividi. E non è un caso che abbia citato la Pulzella, perché anche in questo romanzo si parla di donne che vivono nella loro realtà storica, ma ne sono distanti, proprio come un quadro ci osserva senza mai farci intendere cosa possa nascondere, gli stessi quadri che Adriana dipinge, non sfumando nessun colore, ma dando a ognuno la dignità della sua cromia.

Le donne de LA RIVA VERDE sono uguali nei sogni, nelle speranze, nella volontà di rimanere le “evangeliste” custodi di un sapere che nessun tintore e uomo potrà mai capire. I loro uomini infatti, odiati o amati, sono prede delle passioni e dalle passioni si lasciano travolgere. Loro, le compagne della Conocchia, amano come Rose, ma sanno rimanere dure come Greta, sapendo di avere solo l’una per l’altra.

La ricerca storica che l’autrice ha voluto fare prima di iniziare a scrivere, appare in tutto lo svolgere del racconto, anche quando sembra che la storia d’amore fra Rose e Robin, osteggiata come comanda la tradizione romanzata, sembra prendere il posto del contesto, oppure quando appare la violenza dei disordini che, anche qui come la tradizione letteraria esige, ci scappa il morto e la fuga diventa l’unica possibilità di salvezza. Ma mai, nemmeno per un momento il lettore dimentica il coro dei bellissimi personaggi, dove nessuno è superfluo e tutti odorano di umanità.

Per me, Storica e Medievista, questo libro ha rappresentato una boccata di ossigeno: scrivere romanzi storici vuol dire per prima cosa fare un viaggio nel tempo, un viaggio che non sempre potrà essere facile e piacevole. Adriana ha dato prova che si può raccontare una storia veloce, elegante e soprattutto emozionante e senza mai tradire quel tempo in cui lei ha voluto far nascere i suoi personaggi.

Non è un caso, infatti, che la copertina si presenti come una tavolozza con donne che sembrano uscite da un libro antico di preghiere o di fiabe. I libri si scelgono dapprima con gli occhi e poi con il cuore. E non è un caso che si vedano donne su un veliero che le porterà, forse, lontano dal prevedibile e apatico mondo in cui sono nate e, come nelle antiche tragedie greche, saranno i loro dolori, i loro pianti, ma anche i loro sogni a tessere e rendere forti quei legami fra loro e la natura che ha donato loro i segreti per guarire o per dimenticare.

Ecco perché ho iniziato dicendo che è un libro strano: tanti colori che illuminano la lettura e che rimangono negli occhi e nella mente…e poche storie ci riescono. Sarebbe semplice etichettare queste donne come streghe o fate: esse sono l’anima della storia, così come quel verde è l’unione fra il rosso e il blu, una riva lontana da odi e incomprensioni, dove la disobbedienza diventa virtù e dove la fattucchiera è solo l’altra faccia della luna dell’immagine della donna, così come Giovanna fu arsa viva principalmente perché si ricoprì di indumenti maschili e non abiurò le sue “voci”.

In tutto il libro c’è un sottile percorso che porta sempre alla metafora, mezzo dialettico che può essere un trabocchetto per lo scrittore incapace di gestirlo, ma non è il caso di Adriana Assini, che riesce a parteggiare per il diverso e sceglie di incarnare nel moro Nasir o nell’alchimista Lucien, quelle figure maschili che si distaccano dal restante coro degli uomini di Bruges. Ancora colori che fanno di uno l’odiato saladino, dell’altro colui che preferisce il buio, piuttosto che il colore del sangue e della passione.

In ultimo, e non per ultimo, l’accuratezza dei vocaboli, l’attenzione alla grammatica, il sapiente uso della lingua come strumento e non come zavorra per un romanzo che merita questo titolo appieno.

A cura di Patrizia Palese

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