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Gen 5, 2015

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Recensione -Un destino cieco di Rossana Ruscio a cura di Patrizia Palese

Recensione -Un destino cieco di Rossana Ruscio  a cura di Patrizia Palese

Io l’ho conosciuta Rossana, sì, l’autrice di questo libro: una ragazza dal viso dolce, dal sorriso vero, una di quelle ragazze che potresti incontrare mentre fai la fila per pagare il bollettino alle Poste.
Mi è piaciuta la discrezione con cui si è presentata, l’educazione che non è forma ma sostanza…poi ho conosciuto il suo libro!
Un libro di molte pagine, con dei caratteri ben distanziati fra di loro e con una copertina accattivante, perché è inutile dire che non è importante, ma quando si prende fra le mani un libro, questi sono i primi caratteri che ci convincono che vale la pena iniziare il viaggio.
E di un viaggio si tratta, se fin dalle prime pagine ci troviamo catapultati dall’altra parte del mondo, al confine fra il bene e il male, là dove il Messico rappresenta tutto il contrario del bene, mentre l’ultimo lembo d’America ha attaccato ai propri vestiti il sogno americano del bene che vince sempre.
Quando ho realizzato che tutta la vicenda si sarebbe svolta in questo territorio lontano, conosciuto attraverso le immagini di film più o meno attuali, mi sono al principio irrigidita: scrivere di luoghi sconosciuti,o conosciuti attraverso luoghi comuni, fa perdere spontaneità al racconto.
Il mio senso critico è però durato solo poche pagine, perché l’attenzione dell’autrice era mirata a dare un buon prodotto e non a usare luoghi, nomi e questo vuol dire essere una professionista.
Non posso sapere se Rossana sia andata veramente in quei luoghi, ma mano a mano che la storia andava avanti, il lettore, cioè io, non si fermava a cercare di individuare sulla carta geografica l’Università di Jordie o la villa dove Harvey conosce l’unico amore della sua vita, Ines.
I personaggi, e sono tanti, non si confondono fra di loro: ognuno ha una sua caratteristica specifica, tanto forte da poterli vedere chiari davanti a sé mentre si va avanti con la lettura, come la cicatrice di Diana, che dà l’esatto orrore di quanto un bel viso possa diventare un viso che era stato bello.
Ma non sono solo i personaggi a scattare fuori pagine, ma anche alcuni particolari dei luoghi: le onde per fare surf, l’albero da cui scendono da sempre Jordie e Sophia, il letto dove si consuma la lunga prigionia e il bagno dalle pareti annerite da altri morti; e poi gli odori: quelli della cucina dove si riunisce la famiglia di Jordie, le rose di Ines, l’odore di sigarette che il carceriere si porta attaccato alla sua pelle, quello dell’ospedale, dove inizia la vita di due bambini e finisce quella di uno di loro…l’odore di morte che sembra non essere poi così nauseante come si crede, se per tutta la storia essa si accompagna alla vita di altri.
E così si va avanti a leggere e si arriva alla fine con la certezza di aver scoperto un bel libro, un buon libro, curato nella trama che non ha mai sbavature, curato nello stile che non utilizza trucchi triti e ritriti del più conosciuto trash, curato nel formare un mondo possibile, orribile, ma purtroppo reale…
E quando ho concluso l’ultima pagina del romanzo, ho ritrovato Rossana, quella Rossana che avevo conosciuto, che ringraziava tutti coloro che le erano stati vicino…che dire?
Bella prova di stile: chapeau Rossana, alla prossima!

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